Squid Game e Alice in Borderland / Confronto

Netflix
Gi-hun e Arisu I due protagonisti, separati da una linea, si guardano sorpresi l'un l'altro. Gi-hun ha in mano un biglietto da visita, Arisu un cellulare. Tutt'intorno alcune figure geometriche - quadrato, cerchio, triangolo - e i simboli delle carte - cuori, quadri, picche, fiori.
diverserie.com
Giappone, 2020, Corea del Sud, 2021

Giochi d’infanzia e videogiochi

Entrambe le serie Netflix hanno come elemento centrale alcuni giochi mortali, ma la tipologia e lo scopo sono differenti a tal punto da far prendere loro due strade ben distinte.

In Squid Game, il protagonista Seong Gi-hun è un uomo divorziato e pieno di debiti che torna all’innocenza dei giochi infantili, quando tutto quello che è andato storto ancora non esisteva.

In Alice in Borderland, ‘Arisu’ Ryōhei condivide con la sua controparte coreana la bontà d’animo, la quale a volte gli fa rischiare la sua stessa vita pur di aiutare chi è ancora più in difficoltà di lui.

A differenza di Gi-hun, il protagonista giapponese si trova in un momento della vita in cui tutti gli scenari sono ancora possibili o quasi, se non fosse per il suo stato d’animo che lo porta a non agire.

Arisu si ritrova così catapultato in una realtà semi abitata molto simile a quella dei videogiochi con cui inganna il tempo, dove però è ora padrone delle sue scelte (reali) e non di quelle (fittizie) altrui.

Alice in Borderland e la realtà

Ecco allora che l’aspetto psicologico è molto più importante nei giochi di Alice in Borderland. La cosa si ripercuote anche nella scelta delle inquadrature che, in più di un’occasione, sono mosse e disorientate alla ricerca di primissimi piani. La serie, infatti, apre proprio con uno zoom sugli occhi del protagonista fissi sullo schermo.

Grazie anche alla sua carriera da video game designer, il regista Shinsuke Sato porta continuità, integrando perfettamente alcuni elementi di quel videogioco nella realtà alternativa che nasce poco dopo. Dalle musiche e gli effetti sonori sparati a tutto volume alle immagini dalle tonalità fredde e intrise di blu.

La presenza di molte ombre e poche luci ben si sposa con l’inquietudine dei giochi. Come in un videogame che simula la realtà per coinvolgere maggiormente chi gioca, anche durante questi giochi c’è una particolare attenzione al dettaglio. Il contesto deve essere il più vero possibile (ad esempio, l’uso del sangue che si insinua dappertutto, arrivando anche sui denti).

Squid Game e la realtà

Invece il regista di Squid Game, Hwang Dong-hyuk, punta tutto sui contrasti, considerando anche il fatto che mette in relazione due cose molto lontane tra loro: l’infanzia e la violenza.

A cominciare dalla voce fuori campo, che è quasi allegra se paragonata con quella più fredda della serie giapponese. Il tono non cambia neanche quando viene comunicato il game over, e quindi la morte. Lo stesso discorso vale per alcuni jingle e musichette usate volutamente in situazioni non adatte, come la popolare e delicata “Fly Me to the Moon” durante una scena cruenta.

La sensazione è che si voglia sottolineare l’assurdità di tutta la situazione, giocando con il tempo e dilatandolo di tanto in tanto quando arriva la morte (ad esempio, la fuoriuscita di sangue a seguito di uno sparo).

La realtà sembra molto più finta, o forse è solo una maschera come quella indossata dal Front Man.

Natura e artificio

Quello che è sicuramente vero è la volontà di creare un microcosmo che sia il più lontano possibile dalla realtà che viviamo tutti i giorni. Lontano dalla città di Seul. Su un isolotto sconosciuto.

In Squid Game, si crea con successo un mondo molto “pop”, fatto di colori sgargianti e saturi, dove tutto è volutamente artificiale. Dalla bambola robot che gioca a “Un, due, tre, stella!”, al quartiere ricreato in una stanza con tanto di tramonto incollato sulle pareti.

Le luci sono molto spesso forti e artificiali, al contrario di quanto accade in Alice in Borderland. Nella produzione giapponese, la realtà alternativa è sviluppata nella stessa città di Tokyo, in una nazione differente (Borderland) con molte meno persone e senza elettricità. Dispositivi come la console per videogiochi o i cellulari qui non possono funzionare.

Questo spinge Arisu a confrontarsi con il mondo circostante per sopravvivere (anche se la possibilità di fuggire dalla realtà esiste anche in questo mondo alternativo). La scomparsa improvvisa di gran parte della popolazione permette alla natura di riprendersi i suoi spazi, diventando essa stessa possibile nemica durante i giochi.

Diversità

Entrambi i mondi sono comunque popolati da un discreto numero di persone. Purtroppo, la giapponese ‘Usagi’ Yuzuha, la coreana Kang Sae-byeok e tutti gli altri personaggi femminili principali non hanno lo stesso spazio delle loro controparti maschili.

In Alice in Borderland, la prima parte della stagione è quasi disastrosa da questo punto di vista. Ad esempio, non c’è neanche un dialogo tutto al femminile, fallendo così il “Bechdel-Wallace Test” già al suo primo punto.

Nella seconda parte però migliora, dando anche abbastanza visibilità e una possibilità di riscatto a una ragazza appartenente alla comunità LGBTQIA+.

In Squid Game, invece, la cosa è più bilanciata. Il dialogo portato avanti da due giovani durante uno dei giochi è tra i punti di forza dell’intero show. Per quanto riguarda la comunità LGBTQIA+, la serie coreana fa decisamente peggio.

Essa cerca però comunque di portare diversità introducendo due personaggi di altra etnia, uno dei quali, Ali Abdul, addirittura nel cast principale. Forse il fatto che quest’ultimo venga fortemente percepito come l’unico straniero su 456 non è il massimo (?) (Rappresentazione musulmana in film e serie tv), ma è sicuramente uno dei personaggi più apprezzati in giro per il web.

Ad ogni modo, vista l’importanza della società all’interno di entrambe le serie Netflix, sarebbe bello vedere un po' più di diversità nelle loro seconde stagioni, offrendoci uno sguardo più ampio sulla popolazione coreana e giapponese. (Notizie sulla seconda stagione di Squid Game / Notizie sulla seconda stagione di Alice in Borderland)


Alice in Borderland è una serie adattata dall’omonimo manga di Haro Aso, pubblicato tra il 2010 e il 2015. Tutto quello che è scritto qui sopra si basa esclusivamente sulla produzione Netflix. Alcune osservazioni potrebbero non avere senso se riferite al manga.

I nomi ‘Arisu’ e ‘Usagi’ sono probabilmente da considerare sia come cognomi sia come nomignoli dei personaggi. ‘Arisu’ è la pronuncia giapponese dell’inglese ‘Alice’, mentre ‘Usagi’ significa ‘coniglio’ nella lingua nipponica. Il riferimento è ai personaggi di Alice e Coniglio Bianco di Alice nel paese delle meraviglie (il titolo originale è Alice in Wonderland, simile decisamente a Alice in Borderland).